Si è come si è

Il ritorno in scena di “Pitecus” di Rezza Mastrella

Abbiamo intervistato Antonio Rezza e Flavia Mastrella in occasione del ritorno in scena di “Pitecus” che esordì a teatro negli anni novanta.

Pitecus esordisce più di vent’anni fa a teatro. Un caleidoscopio di personaggi/tipi, tutti irrisolti, qualunquisti e solipsisti nella propria pretesa di originalità.  Il “Pithecus” come retaggio evoluzionistico nell’homo sapiens era un quadro della società del tempo. Cosa cambia oggi  nel vostro spettacolo, in questa fase “social addicted” in cui ognuno si sente protagonista, originale e competente in ogni ambito?

(risponde Antonio Rezza)  Pitecus è uno spettacolo di circa trent’anni fa; è un insieme di spettacoli con la tecnica dei quadri in scena bidimensionali ideati da Flavia Mastrella. Io credo che la società non sia cambiata abbastanza, nonostante questa fesseria dei social e  nonostante ognuno si senta protagonista di nulla. Quello che interessa a noi (Antonio e Flavia n.d.r.) è che un’opera del genere, concepita appunto così tanti anni fa, abbia la stessa dirompenza e la stessa fruibilità. Questo significa aver prodotto un classico che sopravviverà anche a noi. Del resto la società è una struttura d’appoggio per noi, nel senso che ci appoggiamo, ma nemmeno troppo, a quelli che sono i difetti degli altri, quando siamo pieni di difetti noi stessi. Adesso, dire se la società attuale sia migliore o peggiore di quella di trent’anni fa non lo so, ma sicuramente è più maleducata, forse per colpa di una certa sfrontatezza  nell’uso dei mezzi di comunicazione; trent’anni fa non c’erano neanche i cellulari, la barbarie si è consumata in pochi anni, nessuno si guarda più in faccia in autobus, in treno o in metropolitana o per strada. Abbiamo perso la grazia, l’eleganza.

Pitecus. Teatro del Carro, Soverato (Cz) foto di Angelo Maggio

Il vostro connubio artistico si è espresso attraverso vari linguaggi, dal teatro al testo, dal cinema alla televisione, dalle perfomances alle installazioni. Quale di questi meglio si adatta alle vostre esigenze comunicative?

Non c’è una preferenza, semmai una necessità sempre diversa. In realtà il linguaggio che usiamo è quello di volta in volta più congeniale a ciò che vogliamo esprimere o raccontare.

Il vostro “corpus” autoriale ha sempre rappresentato un tentativo, perfettamente riuscito, di esulare dai canoni estetici in vigore, diciamo pure di massa. La fantasia è ancora al potere, seppure latente e latitante nella società artistica?

In realtà non si rompono i canoni, ma si è come si è. Qualunque tipo di arte che va volontariamente contro un sistema è un’ arte di furbizia e non di virtuosismo; ognuno deve essere ed esprimere quello che è senza porsi il problema di andare contro qualcosa, perché così facendo compirebbe un’operazione in malafede. Se quello che sei in modo naturale  va contro il resto, non è colpa tua, ma di come sei. C’è questo problema di sopravvalutazione della coscienza, della volontà sul corpo, mentre invece bisognerebbe essere ciò che si è con le pulsioni primarie dello stomaco.

Dall’esordio di Pitecus ad oggi, pensa che sia cambiato qualcosa a livello di tipizzazione della società, in un ‘epoca in cui predomina ormai  uno sfrenato individualismo?

(risponde Flavia Mastrella ) Diciamo che abbiamo “fotografato” il primo sviluppo di questo individualismo, nel senso che dalla messa in scena di Pitecus  già si capiva come sarebbe andata a finire.

I quadri di scena ideati da lei per Pitecus sono ancora una tecnica che resiste, nel portare allo spettatore i personaggi, nell’incorniciarli?

Ma veramente i quadri di scena nascono come territorio da vivere per Antonio, non sono a servizio della drammaturgia; dettano sì l’ambiente, lo spazio e suggeriscono anche alcuni movimenti.

Recentemente siete stati premiati a Venezia con il Leone d’oro alla carriera.

Sembrerebbe una consolazione ricevere un leone d’oro alla carriera, ma in realtà la premiazione ci ha confermato che la nostra ricerca è molto all’avanguardia perché Venezia guarda al teatro mondiale e questo è molto importante;  soprattutto il nostro metodo di lavoro è stato premiato, perché noi lavoriamo contaminandoci, nel senso che non siamo proprio attinenti al teatro, perché Antonio è più performer e io sono artista figurativa, ma insieme abbiamo trovato questo metodo di comunicazione, questo terreno comune in cui la sintesi del dialogo e la sintesi dell’astrazione dell’immagine, porta nei luoghi della coscienza.

Il vostro impegno artistico si è espresso da sempre in diversi ambiti: cinema, perfomances, televisione, teatro. C’è un ambito che le è più congeniale?

A me è congeniale tutto allo scopo di esprimere il sentimento del momento, perché i  lavori che facciamo sono vere e proprie indagini del momento storico in cui li produciamo. In un momento come questo,per esempio, non bisogna dimenticare di aprire la porta alla comunicazione visiva.

Intervista di Antonello Migliaccio.
Le foto dell’articolo sono state realizzate durante lo spettacolo andato in scena al Teatro del Carro di Soverato la sera del 22 dicembre 2018 e sono di Angelo Maggio. Riproduzione riservata.

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