Sociale vs. Social Essere e/è apparire

di Antonello Migliaccio

Sgombriamo subito il campo da equivoci o fraintendimenti. Questo articolo non ha la presunzione di analizzare da un punto di vista antropologico o sociologico il fenomeno social. Men che meno si desidera catechizzare il lettore su argomenti tanto spinosi quanto di antica opposizione, come l’essere e, appunto, l’apparire.

Si potrebbe obiettare immediatamente, allargando il campo d’indagine, che il proprio stesso corpo è già un apparire fenomenico ed esterno a ciò che invece è immanente, intrinseco e identitario come la coscienza di sé. Ma proseguire su questa strada sarebbe increscioso oltre che pedante per la massima parte dei lettori, presumendo di essi un’incostante fame di conoscenza viziata da un altrettanto costante tendenza alla “pinguedine mentale” come esorcismo dalle inevitabili malinconie di una vita troppo introspettiva.Da sempre esiste tale dualità tra l’essere e l’apparire, gestita o affrontata di volta in volta come similitudine, confronto o, al limite, contraddizione.

Senza voler tirare in ballo disquisizioni da salotto sulla qualità o la necessità di una personalità “di facciata”, da esposizione sociale insomma,  mi preme ancor più che stigmatizzare la folla sulla risibile necessità di apparire gradevole e ben accetta, sottolineare la deriva di tale dualità che rischia di produrre un’ insanabile distanza tra l’identità reale e fittizia, tra la consapevolezza di una propria integrità caratteriale e l’immagine che si intende proiettare al mondo, aggravata da un uso improprio e smodato del famigerato mondo social.

Le conseguenze sono già evidenti a chiunque abbia un minimo di frequentazione dei social media in rete e le elencherò come se dovessi redigere un bollettino di guerra: privilegio massimo all’immagine distorta, artefatta e ambigua, con conseguente caduta di attenzione per il contenuto- là dove esista-; “distonia” intellettuale, sovraesposizione e risalto ad azioni abitudini e consuetudini che non hanno nulla di attrattivo o peculiare, come una passeggiata lungo la riva del mare, lo shopping compulsivo nei centri commerciali, l’aperitivo con gli amici, le luci sfavillanti di una serata in discoteca; appropriazioni quanto mai indebite del pensiero altrui, specie se appartenente a personaggi di prestigio, illustri o famigerati.

Sindrome da “tuttologia acuta”, con ricadute pesantissime nell’arrogante, quanto apocrifa, convinzione di essere giudice, giuria e boia di qualunque accadimento cada sotto gli occhi del “Grande Fratello”.

Si potrebbe obiettare che siamo in una fase di transizione, che la società, come del resto la natura, sia in costante trasformazione e che, di conseguenza, non abbiamo metro di giudizio valido ad esprimerci sui vantaggi di una differente percezione dell’identità. In questo senso appare assolutamente accettabile l’idea che i giovani e i giovanissimi, il futuro in fieri di ogni società, siano perfettamente sintonici con ciò che, ai più grandi, appare apertamente contraddittorio come la superficialità della comunicazione e dell’interazione social, virtuale, mentale, rispetto ad un’interazione di altri tempi, in mezzo ad un cortile soleggiato o la piazzetta di quartiere, in cui un bacio rubato tra coetanei o un’improvvisa zuffa avevano colore, odore e sapore di una fisicità altrimenti inseparabile dai sentimenti. Senza, per altro, trascurare un’ulteriore conseguenza di tanta cieca fiducia nell’immagine virtuale, quella che viene gestita nei social: il non trascurabile rischio di perdere per sempre la coscienza di chi si sia veramente. Consapevolezza è  la parola chiave. Consapevolezza di sé e soprattutto del fatto che i social media, come tutto il resto delle produzioni umane, sono solo strumenti.

Non facciamoci possedere dagli strumenti. Non perdiamo il senso di chi siamo innanzitutto, così da poter anche essere chi vogliamo su un social network o attraverso un cinguettio. L’importante è (non) crederci.

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