Di aringhe e sogni

Un racconto di Antonello Migliaccio

Detesto le aringhe affumicate!!” La voce stentorea proveniva, come di consueto ogni mattina, dalla grande cucina al piano di sotto. Io, ovviamente, ero ancora sotto le comode e calde coperte di lana pesante, frutto di un lavoro certosino di mia nonna, durato un’estate. Adesso eravamo alle “porte” di novembre, come diceva sempre mio nonno, tra l’altro il proprietario della voce che mi aveva scosso da un sonno profondo, immerso in un sogno di cui cominciavo ad avere un’idea vaga…

– è ancora estate ed è pomeriggio inoltrato, lo capisco dai raggi del sole che allungano le ombre della pineta in mezzo alla quale sto correndo (sto correndo?), alla ricerca del mio temperino di pietra lavica. Mentre corro rifletto sull’assurdità della situazione, non perché mi accorga di essere in un sogno, come spesso capita quando si è sulla soglia del dormiveglia, ma perché è impossibile che abbia potuto perdere il mio adorato temperino, con il quale mi diverto ad intagliare un po’ di tutto; preferisco il legno morbido delle conifere, il pino marittimo è il padrone della pineta che circonda la casa dei miei nonni, ma non posso aver perso il temperino, perché è sempre stato legato, con un cappio di cuoio, al passante dei miei pantaloni; intanto corro a perdifiato, come se fossi inseguito da qualche oscuro predatore, subentra un senso di sgomento e sento il mio fiato spezzarsi. Arrivo in una radura, strano. Non ricordo una radura in mezzo alla pineta e il cielo si è fatto scuro, improvvisamente. Ma nella radura sembra esserci luce, che non so da dove provenga. Sembra quasi una di quelle luci da lampione, proietta un cono che illumina l’intera radura. Ho scordato il temperino, ho scordato la fretta, ho scordato la pineta. Sento un freddo immediato alle mie spalle, come un fiato gelido che sembra volermi abbracciare e mi trovo sospinto nel centro di questo cono di luce. Non sono solo: ai miei piedi è accovacciato un gatto che mi guarda strizzando gli occhi, come fanno i gatti quando sonnecchiano placidi vicino al fuoco di un camino, o acciambellati su qualche morbida coperta, distrattamente posata su un divano o una poltrona da salotto. Il gatto strizza gli occhi un’ultima volta, poi li strabuzza e si esprime in uno sbadiglio che mi ricorda chi siano i suoi progenitori della savana. E poi mi rivolge parola, ma io non conosco il linguaggio dei gatti e fatico un po’ a capire cosa mi dica.

E’ invero strano, non trovi?, che ci sia buio tutto intorno a noi – miagolò il gatto – forse sei tu a portare la luce, o forse è la luce a portare te, ma invero strano è, che fino a un momento fa stavo comodo comodo in mezzo ai mille e uno cuscini del mio giaciglio imperiale e adesso mi trovo in mezzo a questa radura di un bosco di un sogno, che non è il mio, invero che noi pelosi non sogniamo, ma attraversiamo i sogni. E quindi, deduco che il sogno che sto attraversando ti appartiene, invero sì.” Invero sì, penso, e mi rivolgo a questo gatto che sorride, se un gatto può sorridere, e ricorda, con i suoi buffi spalancamenti delle fauci, lo stregatto di Alice nel paese delle meraviglie – che favola fantastica! – mentre continuo a sentire freddo alle mie spalle, e sussurri, come quando c’è un vento forte per le strade invernali della mia città, che soffia attraverso ogni vicolo, scompiglia i pochi intirizziti panni stesi a qualche finestra dai vetri scuri e, quando trova un pertugio, un’infima crepa, un piccolo anfratto, vi soffia dentro, e il soffio sembra un sottile bisbiglio, un sussurrare avvertimenti e moniti, ecco, questo io sento alle mie spalle – e rabbrividisco dentro – ma il gatto mi guarda biecamente e, spalancando ancora una volta le fauci, mi ammonisce “attento, anche nei sogni, invero nei sogni soprattutto! Quello che cerchi non è perduto, e ciò che troverai non corrisponde, ma la vita è spesso così, invero no? Cosa ne pensi delle aringhe affumicate? Io le trovo squisite. Ah che piacere assaporare quel sentore di fumo di legno che si mescola con quelle sapide carni. Oh che gioia palatale, invero sì! E adesso corri, sbrigati! Ciò che sta dietro di te non è bene che ti raggiunga, ancora no. Ci penserò io, del resto ho questo bel temperino di pietra lavica con il quale squarcerò ciò che dev’essere squarciato” e balzò alle mie spalle, soffiando e lacerando l’aria con il mio temperino- il temperino perduto!!- mentre io corro, corro a perdifiato, non c’è più radura, non c’è più bosco, ci sono solo i miei piedi uno appresso all’altro, che si alternano alla visione e mi provocano uno strano senso di stordimento, un andare dal blu dentro al nero, come diceva Neil Young in quella famosa canzone, e io non sento più, non vedo più….– 

ogni santo giorno di tutti i giorni di tutti gli inverni alle porte, tu mi sottoponi a questa tortura del palato!! Mai avessi deciso di andare a pesca, d’estate. Tutte queste aringhe, acciughe, merluzzi, che piombano dai mari del Nord e riempiono la mia barca, benedetti i mari del Nord dico io, per la grazia che mi danno, ma maledetta te, donna, che decidi di farne provviste sotto sale e fumo, per darmi il tormento ogni santo giorno di tutti i giorni di tutti gli inverni alle porte, io DETESTO le aringhe affumicate, cucinale in salmì, come le lepri, fanne una pasta per riempire il pane scuro, prepara un purè di aringhe, insomma falle pure in qualsiasi altro modo ma non. Darmi. Più. Aringhe. Affumicate!!!

Ecco, dopo questo concerto di urla e disappunto, sono ben sveglio – cosa stavo sognando? – e salto giù dal letto, già infreddolito per l’aria pungente di novembre che mi assale; poco male, il modo migliore per affrontare il freddo mattutino è prenderlo di petto, e, dopo essermi vestito alla buona, scappo giù in cortile, prima di trovarmi in mezzo alla lite sulle aringhe a pranzo che imperversa di sotto.
Fuori è ancora più freddo, ma c’è un sole tiepido e inoltre le tracce della frenetica vita che scandiva un clima più accogliente non sono scomparse del tutto. Si sente ancora qualche cinguettio e, un po’ dovunque c’è movimento tra l’erba alta, che dovrà a breve essere tagliata perché ormai quasi secca. Ma il movimento è un po’ troppo movimento davanti a me. L’erba si apre e spunta un gatto – chissà perché, anche se è la prima volta che lo vedo, mi sembra di conoscerlo – che mi rivolge un miagolio lungo e lamentoso e si ferma ai miei piedi, come in attesa. Mi scuote la voce di mia nonna, di tutt’altro tono che non quello rude e aspro del nonno a quanto pare abbiamo un ospite che ha fame. Chissà se gradirà le aringhe che avevo preparato per quel burbero caprone che ho per marito – esordì con ironia – toh, prendile e dalle al tuo peloso amico, e poi vieni dentro che la colazione ti attende fumante già da un po’. E mi consegna le aringhe affumicate che tanto suscitano, in questo periodo dell’anno, ira e livore a mio nonno, nonostante sia proprio lui a pescarle, quando, d’estate, si avventura con il suo piccolo peschereccio tra i mari del Nord.
Il gatto si lecca i baffi e adesso miagola con un tono deliziato e compiacente, o almeno mi sembra sia così; e mentre il suo pasto comincia, il mio sguardo è attirato da una confusa macchia alla mia destra, in mezzo all’erba. Mi chino e, con stupore e una punta di reminiscenza, mi trovo tra le mani brandelli di un foglio, in cui c’è disegnato solo del nero informe ma che sembra tentacolare in una parvenza d’immagine, del resto scomposta da tanti strappi, come se fossero stati tagliati da un temperino affilato come quello che porto sempre appeso a un gancio della mia cinta, e sento come un improvviso freddo. Mi chiedo come siano finiti lì e, girandomi, scorgo il gatto che sembra sorridere e ammiccare. Sarà felice di aver consumato quelle tanto detestate aringhe.

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *