La dromomania come stile di vita.

di Antonello Migliaccio

Sere fa, chiacchierando con due amici, ho avuto modo di ricordare questo curioso termine, che descrive una patologia piuttosto seria che ha come principale effetto l’incessante vagare senza una meta, spinti da una impellente necessità di camminare, o viaggiare senza una destinazione.

L’eziologia clinica include una sorta di amnesia che non permetterebbe a chi ne soffre di ricordare alcunché del proprio girovagare. In parte il termine inglese wanderlust descrive questa urgenza, quest’ansia che spinge a non darsi pace, una volta tornati da un viaggio, fino al successivo. Un altro aspetto curioso, per così dire, è anche il defilarsi ex abrupto da una situazione sociale, come andarsene via senza preavviso e senza salutare.

Un’abitudine che io ho, oltre ad avere molti tratti in comune con la dromomania o il wanderlust ma non soffro di amnesia, tranne quando cado preda di taluni eccessi alcolici, per fortuna ormai -quasi- rari. Quindi sì, mi sento un dromomane perché adoro l’idea di trovarmi dall’altra parte del mondo senza aver alcuna cognizione e senza aver programmato il mio viaggio; adoro uscire di casa, a volte, per sbrigare qualche faccenda e poi perdermi per le strade della città, andando dove mi portano i piedi e la curiosità.

Sarà anche per questo se non riesco ad essere puntuale e scompaio all’improvviso senza salutare; sarà anche per questo se sopporto poco quelle relazioni sociali abitudinarie e stantie, giocate sulla falsa riga del già detto, già vissuto, e sarà anche per questo se, in qualunque contesto geografico o relazionale io mi trovi, non vedo l’ora di allontanarmi, prima che l’abitudine mi sopraffaccia. E, in fin dei conti, le popolazioni nomadi non incarnano forse la migliore essenza di questa incapacità di essere stanziali, attraverso un eterno vagare?

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